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Presentiamo la più recente pubblicazione a cura del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “La gioia di vivere la fede” LEV, 2013 (pp. 120). Il volume raccoglie diversi testi di testi pronunciati dal Cardinale  François-Xavier Nguyên Van Thuân in varie occasioni, con lo scopo di educare nella fede i suoi amatissimi connazionali, incontrati in varie parti del mondo.

In seguito, la presentazione al volume di Mons. Mario Toso:

La fede, fonte di gioia

 La gioia di vivere la fede è il titolo, che l’allora Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, l’arcivescovo François-Xavier Nguyên Van Thuân, ha scelto per la serie di conversazioni qui pubblicate. Esse sono state raccolte da alcuni giovani che hanno avuto il privilegio di assistervi. Si tratta di testi pronunciati in varie occasioni, con lo scopo di educare nella fede i suoi amatissimi connazionali, incontrati in varie parti del mondo.

Sono, anzitutto, riflessioni sapienziali di un pastore, che sente la responsabilità di formare il suo popolo vietnamita, per aiutarlo a vivere in una comunità migliore.

A detta dello stesso Autore, il volume rappresenta una specie di sintesi generale, semplice ed umile del suo precedente magistero e della sua esperienza di fede, che egli desidera comunicare narrando le meraviglie che Dio non manca di compiere in chi crede. L’ambizione dell’allora vescovo Van Thuân, educatore della sua gente, è quella di essere, come Madre Teresa di Calcutta, «una matita nella mano di Dio, perché Egli scriva ciò che vuole».

Ebbene, quasi al tramonto della sua vita terrena – apparsa a tutti come un lungo martirio, accettato per amore di Dio e trasformato in fonte di perdono e di speranza anche per i suoi persecutori – ha inteso lasciare un testamento spirituale per i suoi figli e fratelli: un testamento di gioia. Colui che crede e vive Gesù Cristo – umanità nuova – non può non sperimentare la gioia. Il vertice dell’umanità è il Figlio di Dio, fattosi uomo in mezzo a noi. «Solo Lui è la nostra gioia e la nostra speranza», afferma il Servo di Dio Van Thuân.

Nel presente clima culturale, che tende ad emarginare Dio dalla vita dell’uomo, non è facile trasmettere un tale messaggio. Dio è spesso considerato un antagonista della libertà, dell’autonomia morale delle persone. Si obietta che, assumendo Dio come principio di vita, verrebbero meno la responsabilità e la stessa dignità dell’uomo. Dio, secondo la cultura secolaristica odierna, sarebbe colui che deruba l’uomo della felicità.

Perché, allora, il Servo di Dio, nonostante tutto, insiste in ogni occasione, in ogni momento nel proporre ai suoi amatissimi connazionali l’ideale della fede? Egli crede fermamente che la fede genera gioia e non impoverisce ma, anzi, accresce la bellezza della vita. La gioia del credente è frutto dell’essere e del percepirsi umanità che vive in pienezza se stessa. La fede, in concreto, guarisce le persone immerse nella cultura del nulla e della morte, le ricostruisce interiormente, le rinnova come esseri relazionali, comunitari, fraterni, le riunisce in un’unica famiglia, il popolo di Dio.

Chi sperimenta una gioia semplicemente umana percepisce se stesso come soggetto capace di una vita di dono agli altri. Ma il credente gode di una gioia più profonda: la gioia cristiana, che invera e trascende l’altra ed appartiene a coloro che vivono Cristo,  l’uomo perfetto.

Chi ama con lo stesso amore con cui Cristo ci ha amato – un amore di dono totale di sé all’umanità e a Dio, sino alla morte in croce, un amore fatto di perdono e di lotta contrapponendo il bene al male – si percepisce e si sente persona in pienezza su un piano che va oltre il meramente umano. Chi mediante la sua fede dimora in Cristo, vive partecipando alla misura della pienezza umana realizzata in Lui (cf Ef 4,14), e gode della gioia più grande: la gioia che corrisponde ad un’umanità trasfigurata dall’amore di Dio.

Si tratta di una gioia che si concretizza passando attraverso lo svuotamento di sé, l’essere per gli altri, per il totalmente Altro, cioè Dio, amato sopra ogni cosa, come il nostro Tutto. La gioia cristiana è il riflesso di una umanità potenziata nella capacità di amare come il Nuovo Adamo, Dio crocifisso, Uomo del sacrificio, Uomo immolato, che perde se stesso in Dio. Corrisponde alla forma di un’esistenza totalmente ordinata all’altro e all’Altro, che è Dio-Amore, Trinità e Comunione di Persone.

La fede vissuta autenticamente genera gioia, perché consente di essere e di percepirci come umanità amata innanzitutto da Dio e, poi, come umanità che si compie secondo la propria costitutiva struttura d’essere: quella di persone intrinsecamente fatte per altri, per Dio, per amare, rispondendo ad un amore che ci precede e che ci chiama ad esso.

La fede, in particolare, ci fa sperimentare la gioia esistenziale di esseri creati ad immagine della Trinità: il gaudium essendi, la gioia di essere persone che amano come Dio ama, con un amore creativo, che, mentre custodisce, potenzia, trasfigura ed eleva.

In definitiva, la fede, che anima la nostra esistenza con un amore pieno di verità, ci fa essere più liberi e più responsabili, vale a dire totalmente noi stessi. Il cristianesimo è molto di più di una mera riserva di buoni sentimenti. È divinizzazione dell’umano, e non certo un suo abbassamento. Su questa terra è il tentativo efficace di sottrarre l’uomo dall’autarchia e dalla menzogna, da sovradimensionamenti e da mutilazioni, dalla presunzione di voler essere Dio sostituendosi a Lui, dal chiudersi in se stesso, barricandosi in un «io» che si rifiuta di dare e di ricevere.

La gioia della vera fede ci fa essere ricettivi nei confronti di ciò che è «cielo», di ciò che non è fatto ne fattibile da noi, cioè l’Amore infinito di Dio. Ci consente di non crearci quell’«inferno» che è il voler essere-solo-per-se-stessi.[1]

Il cristianesimo aiuta le persone ad essere oltre se stesse, ovvero non per se stesse, ma le une per le altre, autotrascendendosi, vivendo nell’amore di Cristo e superando quell’analfabetismo che impedisce di percepirsi come esseri strutturati a «tu». Per il cristianesimo, la persona è in quanto ama. Il vero amore potenzia la qualità di vita e conferisce la gioia di essere, il senso del viaggio, la forza di continuare. E tutto ciò, come un anticipo dell’eternità.[2]

Una vita di gioia, attuata sino ad arrivare all’uomo perfetto, alla misura della pienezza umana di Cristo (cf Ef 4,13), è la massima garanzia per la costruzione di un mondo di giustizia e di pace. Senza nutrire nei confronti dei nostri fratelli in umanità e in Cristo quell’amore che ce li fa vedere con gli occhi stessi di Dio, non è possibile realizzare una giustizia commisurata all’altissima dignità delle persone, esseri umani e divini insieme. L’amore pieno di verità, che la fede offre in Gesù Cristo, aumenta le gioie e le speranze del mondo. Per esse, il cardinale Van Thuân ha insegnato e ha accettato di salire col Redentore sulla croce. Egli viveva straordinariamente sereno pur tra indescrivibili difficoltà, con il sorriso e la forza del perdono, sentendosi nelle braccia di Dio. L’amore di Gesù Cristo sconfigge ogni tempesta e ogni distruzione, compresa quella della nostra corporeità.

 Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace si augura che la pubblicazione degli scritti della maturità avanzata del cardinale Van Thuân possa favorire, attraverso l’ammaestramento della fede, e con il loro messaggio di amore e di perdono che sono alla base della speranza, una nuova primavera non solo per il popolo vietnamita, ma anche per la Chiesa tutta. Oggi, come ha più volte ripetuto Benedetto XVI, e come ribadisce papa Francesco, vi è l’urgenza della risurrezione storica del Corpo Mistico di Cristo, che, per realizzarsi, poggia sulla collaborazione di tutte le componenti della comunità ecclesiale.

                                                                     + Mario Toso

                              Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

 

[1] Cf Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Al cuore della fede. Il mio cristianesimo, Rizzoli, Milano 2013, p. 165.

 

[2] Cf Sabino Palumbieri, Amo, dunque sono. Presupposti antropologici della civiltà dell’amore, Paoline, Milano 1999, pp. 247-248.