L’Enciclica “Laudato si” e l’ecologia integrale in don Luigi Sturzo

di S. Ecc. Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale (Italia) e Membro del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

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sturzo

Il cuore della proposta dell’enciclica “Laudato si” di papa Francesco, che si inserisce nel solco delle grandi encicliche sociali,  è quella di una è l’ecologia integrale come nuovo paradigma di giustizia , che comprenda le dimensioni umane e sociali, inscindibilmente legate con la questione ambientale, che costituisce parte integrante del processo di sviluppo, che  presuppone un miglioramento integrale nella qualità della vita umana, che ha come chiave l’amore sociale(138-155).Si tratta di cercare soluzioni  che richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura. La prospettiva integrale mette in gioco anche una ecologia delle istituzioni, il cui stato di salute comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana.  Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale di un popolo di cui bisogna prendersi  cura(143-144).L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui, ma anche «macro-relazioni, rapporti sociali, economici, politici»(156).L’ecologia umana implica la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso.  Questa ecologia integrale «è inseparabile dalla nozione di bene comune»,  che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale,  da intendersi  in maniera concreta, attraverso scelte solidali sulla base di «una opzione preferenziale per i più poveri» (158) e un riferimento alle generazioni future(159).

            Questi principi di etica sociale caratterizzano il pensiero e l’azione di don Luigi Sturzo, che concepì la sua attività sociale e politica come esigenza e manifestazione dell'amore cristiano strettamente collegato con la giustizia ,considerato non come un valore astratto ,ma come il principio ispiratore dell'azione concreta.       Egli sentì come una sua missione quella di introdurre  nella vita pubblica la carità , non può ridursi solo alla beneficenza , ma deve essere l'anima della riforma della moderna società democratica nelle quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune. L'amore di  Sturzo per i poveri non è un epidermico sentimento di filantropia, ne dettato da un superficiale sentimentalismo, ma è un amore consapevolmente cristiano che è fondato come scrive  lo stesso Sturzo: sulla "fratellanza comune per la divina paternità".

             Per Sturzo la tutela dell'ambiente, che  comprende anche le opere realizzate dall'uomo (monumenti, chiese, strade, infrastrutture urbanistiche) e le tradizioni di un popolo che vive in un territorio,  è collegata  con uno sviluppo economico orientato verso il bene comune . Scrivendo al presidente del congresso nazionale di silvicoltura tenutosi all'Aquila nell'ottobre del 1948, affermava:«È proprio necessario in questo paese devastato dalla guerra ridestare l'amore e il culto della montagna, la montagna vivificala dall'albero, resa salda e feconda dai folti boschi»".Sturzo nel processo di ricostruzione post-bellica da molta importanza al rispetto per la montagna e le foreste per le quali parla con una terminologia di sapore quasi religioso di "amore" e di "culto".Nel sottofondo del ragionamento sturziano c'è una visione religiosa che guarda la futuro e non si aspetta tutto e subito. Non c'è l'idillio di chi vuole lasciare la natura intatta e incontaminata dall'intervento umano, ma proposte razionali per aumentare la superficie coltivabile, il valore produttivo dei terreni, la utilizzazione ottimale delle acque ad uso agricolo o industriale. Egli riteneva possibile uno sviluppo industriale equilibrato, complementare con quello agricolo, forestale, fluviale, montano. Egli ebbe una visione unitaria del problema dell'ambiente, che non implicava nessuna sorta di esaltazione  feticistica della natura, ma più concretamente collegava il problema dell'ambiente alle possibilità di uno sviluppo razionale dell'economia».Per Sturzo il problema ambientale era innanzitutto di natura culturale:«La verità è — scriveva nel 1951 -  che manca in Italia una coscienza forestale nella generalità dei cittadini, che gridano solo quando avvengono disastri [...]; sia presso gli abitanti delle zone compromesse; sia ancora di più presso gli abitanti in prossimità dei boschi, che contribuiscono all'abbattimento abusivo degli alberi e alla coltivazione di terreni che dovrebbero essere sottoposti al vincolo forestale.». Per porre rimedio a questo stato di cose per Sturzo non bastava una generica educazione al rispetto della natura, ma era necessario rendere ragionevole l'importanza della salvaguardia e l'incremento del patrimonio forestale facendone vedere l'utilità pratica in campo economico e sociale. In un articolo del 1957 scriveva:” L’albero è amato solo a parole. Di fatto è bistrattato e sfruttato da tutti. L’albero deve essere sempre guardato come una promessa per il futuro. L’albero da frutta vi fa aspettare alcuni anni. L’albero da legno vi fa aspettare ancora di più. L’albero di protezione vi fa aspettare sempre perché serve e non si vede a che cosa serve solo quando non c’è più. Ma l’uomo non ha pazienza; l’albero fa aspettare troppo, mentre l’orto e il campo di grano fanno aspettare pochi mesi. Ma chi non sa che per avere l’orto e il campo, si deve pur avere l’albero che riveste le montagne, che sistema le acque, che rinsalda le zone franose, che corregge i margini dei fiumi?”

Dagli scritti di Sturzo emerge uno stretto rapporto fra questione ambientale, economia, questione sociale e questione morale. Invece di una politica empirica di corte vedute destinata a interventi parziali, occorreva per Sturzo una coscienza «ecologica» come la chiameremmo oggi, un amore per gli alberi, per la montagna, per le acque, che si traducesse in una politica di salvaguardia dell'ambiente a lunga scadenza. Questa politica per Sturzo doveva essere animata dall'amore verso Dio, il prossimo e tutte le creature.Nelle parole di Sturzo si intravedeva un'attenzione che si potrebbe definire "religiosa" delle montagne, chiamate "creature di Dio".

Se oggi l'informazione sul problema ecologico è molto più vasta e più precisa di quella che si aveva all'epoca di Sturzo tuttavia al sacerdote calatino andrebbe riconosciuto il merito di avere fra i primi, profeta inascoltato, gridato in difesa delle montagne e delle foreste, di avere denunciato il pericolo di creare mega impianti industriali inquinanti come “cattedrali nel deserto” e di avere lottato contro quelle che con una reminiscenza dantesca egli chiama le «male bestie» che inquinavano anche l'ambiente umano e la società civile: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico.

Nel sottolineare l'impegno di Luigi Sturzo per la tutela e la valorizzazione dell'ambiente e per una moralizzazione della vita pubblica non abbiamo inteso farne un precursore della moderna ecologia, ma solo mostrare la concretezza e la lungimiranza con cui un sacerdote impegnato in campo sociale e politico, affrontò alcuni problemi della politica ambientale non in modo ideologico, ma in modo razionale e coerente con la visione cristiana dell'uomo e della creazione.